Gli Auguri di Libriamo Tutti

Gli Auguri di Libriamo Tutti

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Auguri! Auguri! Auguri!
Buon Natale e Buon Anno!
Buone Feste e Buone Vacanze!
Riposatevi, divertitevi, mangiate e dormite, fate passeggiate, scambiatevi regali e abbracci e baci, cucinate, leggete libri, guardate vecchie foto, andate al cinema, ascoltate musica, state con le persone che amate e che vi amano.
Il nostro augurio è che tutti possiate essere sereni.
Ci ritroviamo a gennaio.

LibriamoTutti: 10.000 follower su Twitter!

LibriamoTutti: 10.000 follower su Twitter!

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Dal settembre del 2011, abbiamo partecipato a mille progetti, ci siamo divertiti, abbiamo imparato nuove cose e conosciuto persone fantastiche. Un viaggio bellissimo nei libri e nelle loro storie, nella cultura e nella conoscenza, che ci ha portato nuovi amici nei diversi canali social e, in particolare, oggi abbiamo raggiunto i 10.000 follower su Twitter!
Siamo felici di questo risultato, raggiunto proprio in questi giorni e vogliamo condividerlo con voi e anche se ciò che conta è il gruppo, perché è dal lavoro del gruppo che sono nate e cresciute tutte le esperienze che ci hanno portato fin qui e anche se lei detesta i personalismi e certo protesterà, vogliamo dire Grazie a Gea Demina, perché Libriamo Tutti su Twitter è lei.

La letteratura americana tra Twitter e musica: intervista a Erika Pucci e Beppe Giampà

La letteratura americana tra Twitter e musica: intervista a Erika Pucci e Beppe Giampà

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Ci siamo fatti raccontare da Erikaluna e Beppe Giampà la storia della twitteratura che diventa blues ed ecco le tappe di questo straordinario viaggio.
In principio fu #lunafalò, la riscrittura su Twitter del romanzo di Pavese, e Beppe Giampà, che già aveva musicato Pavese nel suo album “I mattini passano chiarihttps://www.youtube.com/watch?v=PCgbO5DMcmQ, scrisse e lesse dei tweet come strofe che aspettavano solo di essere musicate. Musicare i tweet fu una scelta di orecchio e di cuore, per chi, come lui, abita sulle colline di Luna e Falò e ama il suo territorio https://telly.com/1ELMMVG
C’è tanta America in Pavese, anche in “La Luna e i Falò” con le colline e la luna americana che illudono il protagonista di aver finalmente trovato la sua meta.
E il paesaggio americano fu uno dei temi che emersero quando Beppe, con l’account @artbandini , si propose di rivisitare con uno sguardo più maturo una sua lettura giovanile: il romanzo “Chiedi alla polvere” di John Fante.
Nel frattempo Erica, attraverso la seconda tappa pavesiana della twitteratura, la riscrittura dei “Dialoghi con Leucò”, aveva capito che la letteratura si poteva portare sui social per rileggere insieme con un calendario condiviso e confrontarsi. Si unì allora al progetto @artbandini e con Beppe si stabilì una divisione dei compiti: lei organizzava la comunità nel campo letterario, che è il suo, e Giampà colorava musicalmente di blu con le sue melodie. Il blues, ci ha spiegato Beppe, è nato dalla sofferenza di chi deve stringere i denti e andare avanti e il personaggio di Fante, che percorre con sofferenza e speranza la strada per diventare scrittore, che ha voglia di continuare a vivere per quel sogno, ha un atteggiamento blues.
Dalla collaborazione sono nati così i Tweetbook di Erika, con i tweet raccolti per autore, come se i partecipanti alla riscrittura fossero esecutori solisti http://www.erikaluna.net/chiedi-alla-polvere-artbandini/, e i reading blues di Beppe, questa volta non tweet in musica, ma letture su base musicale blues di brani di “Chiedi alla Polvere” da portare in giro con la band http://www.beppegiampa.com/?p=1193 Se la twitteratura è una biblioteca dove entrare e rileggere e riscrivere collettivamente, il passo successivo è portare i tweet fuori dal monitor, farli sentire, dando loro voce.
La collaborazione tra Beppe e Erika aveva funzionato così bene che nacque una nuova idea: rileggere “Post Office” di Charles Bukowski, inserendo anche la novità degli dei account dei personaggi su twitter come già era stato fatto per l’altro grande progetto della Twitteratura: i Promessi Sposi. Il proposito questa volta era una lettura più approfondita e meno convenzionale di quella che vede Bukowski solo come il prototipo del poeta ribelle, ubriacone e un po’ misogino. Alla riscrittura si aggiunsero tanti lettori nuovi, attratti dall’originalità dell’idea e rassicurati dai tempi rilassati di partecipazione che prevedevano la rilettura di un capitolo a settimana.
Tante le tematiche che la riscrittura di “Post office” ha suggerito: il confonto tra il linguaggio originale e la traduzione, la condizione di lavoro tra precarietà e ritmi insostenibili, oltre a motivi più esistenzialistici e romantici legati alla personalità di Bukowski. http://www.erikaluna.net/postoffice-ai-tempi-di-twitter/
Fin qui ciò che è stato realizzato, ma Erika e Beppe non hanno intenzione di fermarsi, già pensano a qualcosa d’innovativo e inatteso, perché se c’è un elemento che accomuna le tappe della loro collaborazione , oltre all’entusiasmo, è quello di stupire. Per ora non è dato sapere di più e non ci resta che attendere il momento in cui lo sveleranno.

Gli eroi imperfetti: vite difficili da raccontare

Gli eroi imperfetti: vite difficili da raccontare

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“Scrivo da quando ho scoperto, giovanissimo, di avere questa attitudine e perché è la cosa che mi riesce meglio”
Che Stefano Sgambati avesse il dono della scrittura lo avevamo capito dalla serata di circa un anno fa, quando ci aveva dimostrato, con il suo libro “Fenomenologia di You Porn”, edito da Miraggi, come si può sorridere e giocare su un fenomeno di costume e, senza quasi accorgersene, andare in profondo nei mutamenti portati dalla rete all’immaginario collettivo.
E’ stato quindi per noi un gradito regalo che sia ritornato a rispondere alle nostre domande sul suo primo romanzo “Gli Eroi Imperfetti” pubblicato da minimum fax.
È lui stesso a riassumere la trama del libro, se di trama si può parlare, perché è Sgambati a precisare che si tratta di un romanzo senza un colpo di scena. Una storia che prende avvio da un cliché letterario: una cena tra persone della media borghesia romana, durante la quale, per riempire imbarazzanti silenzi tra adulti che poco hanno da dirsi, qualcuno propone il gioco della verità. Uno dei protagonisti rivela a questo punto un fatto inquietante e aberrante, che mai nel corso del libro viene esplicitato dal narratore, ma che dà avvio a una storia di relazioni tra i personaggi, una storia di parole dette e taciute.
Gli eroi imperfetti, i cinque personaggi, fanno da innesco ciascuno al nascere del disagio e al senso di mancanza dell’altro in un gioco di equivoci, incomprensioni e accuse reciproche. Storia di conseguenze più che di fatti, come nel film Carnage di Polanski, con il rischio di creare un intreccio in cui non succede niente, ma è un rischio che si può arginare se, come Sgambati, si sa raccontare o per dirlo con le sue parole: “Le più difficili da raccontare sono le vite in cui non accade niente, ma accade benissimo”.
Eccoli dunque i personaggi del libro, ciascuno di loro ha subito una perdita, la figura genitoriale, l’amore o l’innocenza, perché Sgambati dice di essere appassionato di mancanza più che di sovrabbondanza. Ama affondare lo sguardo su persone che hanno tutto materialmente e sono quelle meno preparate alla perdita, come succede nei romanzi di Herman Kock, La cena e Villetta con Piscina o in Un Cuore Così Bianco di Javier Marias, dove a solidi professionisti benestanti all’improvviso si rompe qualcosa dentro.
Una storia in cui “non succede niente” a livello di eventi, eppure molto complessa e avvincente per la non linearità del tempo della narrazione, per il continuo alternarsi delle voci dei protagonisti, per l’uso di tecniche di scrittura non convenzionali. Sgambati la definisce la sua ossessione di raccontare nel modo meno classico possibile, la ricerca di una narrazione di tipo pop, veloce, sul modello di Tarantino. La sua ambizione è scrivere un intreccio molto strutturato, “ipersfaccettato” che sia scomodo per il lettore e che gli richieda concentrazione, insomma un racconto che non si possa leggere in un luogo affollato.
Lo sfondo della vicenda è Roma, le strade intorno a Ponte Milvio, ma solo perché Sgambati voleva un posto ristretto di cui avesse piena conoscenza: “Mi piace dettare dei confini da autore e ritrovarli da lettore”. Definire un ambiente geografico e umano reale in cui inserire una storia, un po’ come Franzen in Le Correzioni, lo diverte e gli piace. Ed è questo gusto del contrasto tra fantasia e iperrealismo che lo spinge a documentarsi sui referti autoptici o sugli articoli di cronaca per inserirli nella finzione.
Seguendo il filo dell’intreccio, con le nostre domande ci soffermiamo sul penultimo capitolo, che per Sgambati rappresenta il vero finale del libro. Ho sempre pensato, dice, di dare un finale corale, di fare in modo che i personaggi fossero raccontati sempre meno singolarmente, fino a raccoglierli tutti in un luogo a trovare una conclusione davanti a un evento naturale. E qui Sgambati cita dei riferimenti cinematografici: Magnolia di Thomas Anderson con la pioggia di rane, Crash di Paul Higgins con la nevicata inattesa, America Oggi di Robert Altman e il terremoto.
In Gli Eroi Imperfetti l’evento naturale è la piena del Tevere davanti alla quale il richiamo di Irene verso il padre rappresenta una pacificazione, una direzione più dolce ai rapporti che permette ai personaggi, anche a quelli che hanno sbagliato, di uscire dalla storia migliori rispetto alla negatività della situazione di partenza. Sgambati non ritiene infatti che sia compito dell’autore dare giudizi morali, né che la letteratura abbia la funzione pedagogica di denunziare che il male è male.
C’è infine un ultimo capitolo, da leggere quasi come un racconto a sé stante, bellissimo congedo dell’autore con il lettore.
Che Stefano Sgambati sia un appassionato di cinema non c’è dubbio e allora perché non giocare al gioco degli attori con “se Gli Eroi Imperfetti diventasse un film” dove la fantasia del lettore può spaziare, poiché Sgambati non inserisce nel libro descrizioni fisiche dei personaggi. E allora via con Leonard Cohen, Natalie Dormer, Uma Thurman, Brad Pitt nei panni degli eroi imperfetti.
Non poteva mancare una domanda sull’esperienza con la nuova casa editrice minimum fax, della quale Stefano apprezza la cura per gli autori e lo spirito di squadra, con un pensiero particolare per l’editor della narrativa italiana, Nicola La Gioia, che lo ha molto aiutato nella crescita letteraria.
Infine il nostro ospite ci saluta, sapendo di farci cosa gradita, con un libro, da aggiungere agli altri citati nella serata. Si tratta della sua ultima lettura: Per Favore Non Dite Niente di Marco Ciriello, una storia di dolore e perdita raccontata con finezza senza cadere nel sentimentalismo.

L’età lirica: il romanzo di formazione di Letizia Pezzali

L’età lirica: il romanzo di formazione di Letizia Pezzali

phxpostDopo Tito Faraci , prosegue il nostro ciclo di incontri in collaborazione con gli studenti  di #unblogdiclasse coordinati dalla loro insegnante, Elisa Lucchesi. Protagonista di questa serata è Letizia Pezzali,  autrice de L’età lirica, edito da Baldini&Castoldi, finalista al Premio Calvino.

Letizia Pezzali: una laurea in economia e l’amore forte, da sempre, per la lettura e la scrittura, passione irrinunciabile che l’ha condotta alla pubblicazione de L’età lirica. Non è il suo primo romanzo in senso assoluto, ma è il primo che l’autrice considera maturo per essere dato alle stampe. Letizia ci fa partecipi della sua idea, che è anche la visione di Kundera: a differenza di quanto avviene per la poesia, che può sgorgare spontanea anche in età precoce, la scrittura di un romanzo è il frutto di un percorso di vita. Ne L’età Lirica prende forma scritta una necessità che l’autrice ha sentito come pressante, quella di lasciare una “persistenza”, così la definisce, ovvero una traccia di un periodo della vita confuso e sfuggente quale è l’adolescenza. Il processo formativo di un giovane viene raccontato con la giusta distanza (direbbe Mazzacurati) data dall’esperienza;  in sostanza, il bildungsroman non può essere scritto da un ragazzo ma da un adulto.

Elisa Lucchesi ha introdotto il romanzo riferendo come la sua lettura sia diventata parte viva del progetto Uguadi – “Uguali e Diversi”promosso dalla Regione Toscana, che si propone di favorire, nel contesto scolastico, l’educazione alla diversità. Prendendo spunto da una delle tematiche affrontate in questo libro, un testo particolarmente indicato a essere letto dagli adolescenti, gli studenti, guidati dall’insegnante, hanno potuto discutere sul tema dell’omofobia. I ragazzi, in tal modo, si sono confrontati con serenità e sincerità su un tema delicato affrontato anche in altri romanzi di formazione e che in un noto liceo romano ha sollevato, purtroppo, disagi e polemiche. Quanto accaduto ha stupito, per veemenza e povertà di argomentazioni,  l’insegnante qui presente, i suoi studenti e anche, come ci confessa lei stessa,  Letizia Pezzali, che ribadisce la necessità di sensibilizzare i giovani rispetto a questo tema.

A conclusione del percorso di analisi del testo, i ragazzi avranno l’opportunità,  ora qui in Second Life,  di poter dialogare direttamente con l’autrice del romanzo.  In rappresentanza della classe sono presenti Giovanni – autore della recensione considerata come la migliore da parte di Letizia Pezzali  e pubblicata da Critica Letteraria – e Benedetta, che ci legge un distillato in 500 caratteri inserito nel progetto Stillae ideato da Rovistamente.

Le curiosità si concentrano principalmente sulla genesi del romanzo e sulle caratteristiche dei personaggi, in particolare di Mario. Grazie alle domande dei ragazzi e di Maryhola McMillan, scopriamo quali sono i tratti che Letizia condivide con il personaggio:  li accomuna la capacità di immaginazione, di creazione di un mondo narrativo a partire da pochi dettagli osservati nella vita reale;  anche “il condominio della mente”,  come vengono definite le molteplici voci che abitano la coscienza di Mario, trova riscontro in un progetto teatrale maturato in Letizia quattordicenne. Ed ancora: le frasi slegate e impetuose di Mario, per l’incedere del pensiero poetico ed estetico anche se non per contenuti, ricordano quelle di Letizia adolescente. Autrice e personaggio legati dal bisogno ossessivo di scrivere.

A partire da una radice reale, la trama poi si sviluppa in maniera indipendente e affronta il delicato tema dell’omosessualità, che Letizia ci restituisce nella narrazione sulla scorta delle conoscenze da adulta di una realtà non sperimentata direttamente.

Per Letizia, che ama immedesimarsi anche in realtà a lei lontane, adottare il punto di vista di un uomo è occasione per indagare nelle diverse sensibilità, maschile e femminile, ed illustrare la sua convinzione che le somiglianze possono essere più rivelatrici delle differenze.

Le perplessità di Benedetta sull’apparente apatia, che sembra possedere i ragazzi del romanzo, danno l’opportunità  all’autrice di esemplificare la sua intenzione di descrivere l’età dell’adolescenza come un periodo caratterizzato da confusione ed intensità emotiva estreme  per cui, quello che percepiamo come atteggiamento distaccato  dei giovani, altro non è che il tentativo di non apparire travolti dalle emozioni. Velati da questa forma di sopravvivenza, quindi, si possono riconoscere i reali caratteri distintivi di ogni adolescente descritto:  l’intelligenza viva e le ambizioni di Beatriz, o l’alone di mistero che avvolge Dionisia e che fa capire ai suoi coetanei che c’è dell’altro sotto le sembianze della studiosa integerrima, solo per citare due esempi.

Anche il personaggio di Adrian è stato oggetto di indagine, in particolare la ragione del suo accostamento alla cenere. Letizia spiega che la cenere è un simbolo di semplice interpretazione, volutamente in contrasto con la complessità ricercata di Mario, ma con molteplici valenze: oltre a essere presagio di morte, rappresenta anche ciò che rimane dopo il fuoco e, altresì, la capacità di rinascita come per l’Araba fenice, non necessariamente in senso positivo ma come metafora del superamento dell’età lirica adolescenziale verso il passaggio all’età adulta.

Il finale sospeso in merito all’orientamento sessuale di  Mario rientra nella volontà di lasciare che le scelte future del personaggio possano seguire la fluidità tipica dell’andamento della vita reale. Ogni persona attraversa diverse fasi di elaborazione di sé. Il finale aperto è metafora, quindi,  dell’idea di Letizia che l’amore sia un processo di evoluzione, non solo come distinzione etero/omosessualità, ma come percorso di conoscenza individuale dettato dalle esperienze future.

Giovanni osserva che il lessico caotico e cavilloso della prima parte del romanzo si contrappone alla prosa più lineare della seconda. Letizia ci spiega che ciò è frutto di un attento lavoro sul linguaggio per fare in modo che, alla perdita della poeticità bella ma forzata dell’adolescente, subentri  una prosa più pacata, mimesi del superamento delle paure e incertezze giovanili da parte dell’adulto.

Proprio sul mondo degli adulti vertono le domande di Gea, in particolare su come vengono descritti i professori , sulla povertà dei rapporti che si instaurano tra insegnanti e studenti.  Letizia specifica, confermando l’impressione di Gea, che non c’è alcun intento di realismo, di denuncia o di giudizio negativo nei confronti del mondo della scuola, che per lei stessa ha rappresentato un’esperienza positiva. La mancanza nel romanzo di figure scolastiche di riferimento è dovuta essenzialmente al fatto che la focalizzazione è sul personaggio dell’adolescente del quale il romanzo segue il processo elaborativo mentale. Manca, in sostanza, la figura dell’adulto, sia esso professore o genitore; dei genitori, infatti, poco si conosce, se non che vengono percepiti dall’adolescente come figure lontane intente a intessere altre trame.

Lumières osserva che nel romanzo conosciamo i ragazzi principalmente per i libri che leggono e chiede se siano solo in apparenza sordi a ogni stimolo estraneo alle proprie contingenze o se l’esperienza della lettura lasci in loro dei segni.  Letizia pensa che l’adolescente, che della vita conosce ancora poco, sia un soggetto estremamente ricettivo e che i libri insegnino cosa significhi essere una persona.  Lo sforzo della lettura dovrebbe essere coltivato e pensa sia compito di tutti, anche della scuola e degli insegnanti , far passare il messaggio che la lettura è la chiave per aprire il mondo e comprenderlo.

L’eta lirica, del resto, potrebbe essere di stimolo per approfondire nel lettore la conoscenza dei molti autori e testi citati. A tal proposito Lumières chiede se tra gli autori di riferimento per Letizia ci sia Proust, anche se non espressamente citato, visto che si possono rintracciare alcune tematiche, come le epifanie, ed emergono  riferimenti  alle correnti pittoriche che colorano le pagine proustiane. Letizia conferma che Proust rientra tra i pilastri che hanno contribuito a costruire il nostro linguaggio e che, effettivamente,  nutre un particolare interesse per le  arti visuali, in particolare ci rivela il suo amore per i dipinti presenti all’interno della Recherche.

La Letizia Pezzali che questa sera abbiamo conosciuto come autrice e come persona, ha portato alla luce un’anima gentile e sicura nelle proprie argomentazioni, con un unico momento di indecisione alla domanda di Maryhola su chi, in un’eventuale trasposizione cinematografica del romanzo, amerebbe nei ruoli di attori e regista.  Ma la sua delicatezza e sicurezza tornano subito: alla domanda finale di Giovanni se L’età Lirica possa essere consigliato come testo per accompagnare e non far sentire solo un giovane alla ricerca della propria identità, anche sessuale, Letizia risponde che ne sarebbe onorata e afferma che il ruolo dei romanzi, ciò che lei stessa cerca nelle sue letture e che spera di offrire, è un aiuto di vita.

Grazie, di cuore, Letizia.

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Chi desidera prendere visione della serata, trova la registrazione qui.

Intervista a Tito Faraci: Death Metal, il romanzo della dicotomia tra predestinazione e scelta libera

Intervista a Tito Faraci: Death Metal, il romanzo della dicotomia tra predestinazione e scelta libera
Intervista a Tito Faraci
Intervista a Tito Faraci

Tito Faraci, ospite di Libriamo Tutti in Second Life, si è prestato generosamente a un  fuoco di fila di domande date le inevitabili e molteplici curiosità che una personalità poliedrica come la sua suscita.
Sì, perché Faraci, che nasce come giornalista musicale, acquista ben presto notorietà come sceneggiatore di fumetti, attività che svolge da circa venti anni.

Grazie a una domanda di Maryhola McMillan apprendiamo che, questa notevole esperienza maturata sul campo, Faraci la mette a disposizione degli studenti della Scuola Holden da oltre otto anni, e che la sua attività di insegnante si è nel corso del tempo affinata, per rispondere alle esigenze di classi sempre più interessate ad imparare tecniche e regole che appartengono a questo tipo particolare di narrazione all’interno di corsi che si articolano in periodi intensivi di tre o quattro giorni. Una collaborazione, quella con la citata Scuola, che sembra impegnare ed entusiasmare Faraci, tanto da lasciarsi sfuggire che una novità bolle in pentola, ma poi, ahimè, riprende il controllo e ci lascia con un “top secret” che sortisce l’effetto di eccitare la curiosità degli astanti.

Gea e Lumières,  indagano su passato, presente e futuro della presenza di Faraci in twitter. La risposta a una curiosità di Lumières relativa alla collaborazione del nostro ospite alla recente iniziativa di Mondadori presentata in occasione dell’ultima Social Media WeekScrivo.me (rivolta a chi aspira a una autopubblicazione che sia consapevole e matura e che vede la partenza in twitter di un nuovo contest dal titolo #TwiScrivo) è occasione per mettere l’accento sull’uso corretto della lingua. Ironizzando sulla nota restrizione dei 140 caratteri che, per chi è abituato ad averne molti in meno nelle nuvolette dei fumetti, rappresentano uno spazio consistente a disposizione, Faraci ci illustra, in veste di utilizzatore attento di twitter, quale utile palestra rappresenti questo social per chi aspira ad avvicinarsi alla scrittura, poiché lo spazio limitato per esprimersi in maniera corretta, concisa e incisiva obbliga a un lavoro di pulizia della lingua costringendo chi scrive a riflettere su ogni parola usata.

Una domanda proveniente dal pubblico in streaming ci regala l’opportunità di capire il modo di affrontare registri narrativi diversi, nello specifico la sceneggiatura di fumetti e la narrativa, nella fattispecie il romanzo, e come in quest’ultimo ci sia un rapporto di vicinanza emotiva dell’autore con la storia che sta raccontando, un rapporto più intimo con la scrittura.

Ed è proprio un romanzo l’ultima “fatica” letteraria di Faraci: si tratta di Death Metal, libro che ha già riscosso un consistente successo, destinato a un pubblico definito per convenzione young adult, ma apprezzato anche dai meno giovani (parola nostra, gruppo Libriamo Tutti, che l’abbiamo letto) e che esce a due anni di distanza dall’altro suo romanzo, Oltre la soglia.

Sono i giovani di #unblogdiclasse®, guidati dall’insegnante Elisa Lucchesi, i protagonisti di un’intensa intervista che permette d’approfondire la conoscenza di Death Metal. La lettura di alcune brevi recensioni scritte dagli studenti delinea la trama e testimonia quanto sia loro piaciuto il romanzo. Benedetta si fa portavoce del lavoro collettivo svolto. Esordisce con una prima domanda di natura filosofica, che consente di far emergere uno dei temi del romanzo: la dicotomia tra predestinazione e scelta autonoma di come realizzare la propria vita; questione che appassiona, come è giusto che sia, i ragazzi e che conferma l’occhio attento dell’autore nei confronti del pubblico al quale il romanzo è destinato, affrontando tematiche che questa fascia di età sente con forza e che vengono narrate attraverso le vicende di giovani in bilico tra fine dell’adolescenza e inizio dell’età adulta.

L’attenzione, poi, si sposta  sui modelli a cui Faraci si è ispirato per Death Metal. Oltre a un determinato tipo di fumetti e a Stephen King, che a sua volta narra i temi della paura, delle diverse età della vita e degli orrori della provincia, la base su cui Death Metal si innesta è quella di ispirazione cinematografica, in particolare il sottogenere horror detto slasher che si caratterizza per il racconto visivo di omicidi sempre più bizzarri in un crescendo di violenza. La sfida affrontata da Faraci è quella di riportare questo tipo di storia, efficace nel registro filmico, anche in narrativa e con l’appoggio di una suggestione musicale potente. Sfida vinta, come rivelano le considerazioni dei giovani di #unblogdiclasse® che hanno letto il libro, per loro stessa ammissione, “tutto d’un fiato”; notizia appresa con grande soddisfazione dall’autore che ha confessato di aspirare a una ricezione rispondente all’intenzione di creare un romanzo duro, veloce, da consumare subito e per intero come un pezzo musicale metal. A far da ossatura a questa spirale di omicidi efferati, il racconto in parallelo della vita passata di uno dei protagonisti, a illustrare come sia la violenza che egli ha in sé, frutto di una storia pregressa molto dura, la risorsa per combattere il male che gli si presenterà nel corso del romanzo.

Alla domanda su cosa rappresenti la figura del serpente, che compare fin dalla copertina, Faraci risponde che è stata sua intenzione raccontare un culto pagano antico rappresentativo di pratiche legate a un vasto territorio e che la scelta del serpente è merito di Barbara Collevecchio, amica di twitter e psicologa, che ai culti legati ai serpenti ha dedicato un libro, Il male che cura.
A questo tipo di culto si contrappone il death metal in quanto genere musicale, che lega in un senso di fratellanza i protagonisti del romanzo e che li differenzia dal resto della società, tipicizzandoli ma al contempo liberandoli dalla scontata equiparazione musica metal uguale violenza; questo ad indicare il divario tra la rappresentazione e la cosa in sé, tra la raffigurazione della violenza nei brani metal dei giovani protagonisti e il loro comportamento che violento non è, semmai ad esserlo sono gli altri, le apparentemente pacifiche persone perbene, sconvolgendo in tal modo ogni tipo di stereotipo.

Scelte coraggiose quelle operate da Faraci e dalla sua casa editrice Piemme: titolo, copertina, catalogazione in una fascia precisa di lettori destinatari, temi duri trattati avrebbero potuto scoraggiare la lettura da parte di una fetta di pubblico. Rischio potenziale smentito dalle recensioni positive della stampa e dall’accoglienza da parte dei semplici lettori.

Benedetta, ricordando che i ragazzi di #unblogdiclasse® sono stati tra i primi a sperimentare la didattica sui social con #Basia1000, chiede un’opinione al riguardo e come i social influiscano sulla diffusione di un’opera. Faraci ritiene che l’uso di twitter nella didattica non dovrebbe essere demonizzato e ci racconta che per esperienza funziona, avendo una figlia della stessa età dei ragazzi coinvolti,  e si complimenta con chi sa utilizzarlo con capacità. La sua stessa presenza in twitter e il modo discreto ma efficace di utilizzo hanno contribuito a un naturale passaparola e diffusione del suo romanzo.

Gea Demina, in un raro momento libero dall’impegno di essere la voce del gruppo Libriamo Tutti in twitter, osserva come la chiusura dei capitoli del romanzo sia spesso costituita da una frase breve, sintetica, talvolta addirittura nominale, che, come ammette lo stesso Faraci, riesce nello scopo di tenere alta la tensione e di creare attesa nel lettore. Gea si spinge in una comparazione tra questo stile e quello utilizzato in una passata esperienza di Faraci in twitter sotto il segno di #tWeBook che ha visto susseguirsi, come in una partita di tennis, sottolinea Maryhola, lo stesso Faraci e ClaudiaMaria Bertola in un gioco di botta e risposta a colpi di tweet. Da questa esplorazione di territori sconosciuti della narrazione, ma sempre seguendo criteri di plausibilità, verosimiglianza e coerenza, si è approdati alla nascita di un romanzo a quattro mani.

L’intervista sta per concludersi e Imparafacile, appassionato lettore di fumetti, non resiste alla tentazione di saperne di più sulle dinamiche che si instaurano tra sceneggiatore ed illustratore; così impariamo che, contrariamente a quanto si pensa, queste due figure raramente si incontrano e che le eventuali incomprensioni vengono mediate dalla redazione. E’ occasione, comunque, per Faraci per ricordare tre figure per lui importanti: Giorgio Cavazzano, suo scopritore e mentore, Silvia Ziche e Giuseppe Palumbo con lui per le avventure di Diabolik.

La domanda finale spetta ai ragazzi di #unblogdiclasse® che hanno seguito e commentato con riflessioni interessanti la serata da streaming e che da una lettura nata sui banchi di scuola hanno avuto l’opportunità del confronto diretto con l’autore: quale scrittore amerebbe intervistare Tito Faraci? Risposta: la possibilità di dialogare con i colleghi non è così rara ma, su tutti, il primo è Stephen King!

(Commento personale a margine e del tutto marginale: peccato non sia un quiz a premi, perché colei che sta scrivendo avrebbe indovinato e vinto!)

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Per chi non avesse visto in diretta la serata, può seguirne la registrazione qui.

(foto: Morghana Savira)