Shotgun Lovesongs, armonia e melodia.

Shotgun Lovesongs, armonia e melodia.

Shotgun Lovesongs Butler Marsilio

Shotgun Lovesongs è l’opera prima di Nickolas Butler pubblicata da Marsilio Editori.

Da dove nasce il titolo? “La ragione per cui i matrimoni riparatori vengono chiamati matrimoni shotgun è che il padre della sposa punta un fucile da caccia sulla schiena dello sposo. Qualcosa è accaduto. […] A prescindere da quello che è successo, il matrimonio deve avvenire, e in fretta. Niente organizzazione. Tocca andare dritti in comune […] Niente luna di miele, niente lattine che penzolano da una limousine. Ecco come mi sentivo rispetto a Shotgun Lovesongs. Come se quel disco mi avesse puntato un fucile alle spalle. Sentivo l’incredibile pressione di doverlo fare, di finirlo per dimostrare […] che non ero un fallito. Che potevo farcela, che potevo fare qualcosa di bellissimo e di diverso e di meritevole e che potevo farlo anche in fretta e senza tanti mezzi […] Quelle canzoni d’amore. Le ho scritte tutte per […]” A parlare è Lee, uno dei protagonisti del romanzo. Ed è anche uno dei narratori. La sua voce si unisce a quelle di Ronny, Henry, Beth e Kip nel raccontare la loro storia comune, ognuna dal proprio punto di vista. Voci che si concatenano  come gli accordi in una armonia e che acquistano senso proprio dalla loro vicinanza e dal loro avvicendarsi.

La loro è una storia di amicizia, di un passato adolescenziale che li ha visti vicini e li ha resi uniti nell’affrontare le alterne vicende della loro vita di adulti. Il tutto, sullo sfondo di un’America rurale che viene così descritta da Lee:

“L’America, per me, è gente povera che suona musica, gente povera che condivide il cibo e gente povera che balla anche quando tutto il resto nella loro vita è così triste e disperato che sembra non debba esserci alcuno spazio per suonare, mangiare o abbastanza energie per ballare. E le persone diranno che mi sbaglierò, che siamo una nazione puritana, una nazione evangelica, una nazione egoista. Ma io non lo penso. Non voglio pensarlo.” 

Sono parole di Lee oppure possiamo ipotizzare che dietro loro si celi l’autore stesso del romanzo, Nickolas Butler? Sì, perché, a ben guardare, questa America delle piccole cittadine non sembra rappresentare  solo lo sfondo dell’intrecciarsi e dipanarsi delle vite dei cinque protagonisti. Little Wing, questo il nome nel romanzo della piccola comunità dove tutti conoscono tutti, è la sesta voce, quella implicita, quella che aleggia sopra al coro; è la melodia, quel susseguirsi di note che sentiamo vibrare sopra l’armonia e che vi si appoggia e ri-armonizza. Little Wing è il luogo dove i cinque protagonisti nascono, crescono, sperimentano la conoscenza e la ri-conoscenza;  è a Little Wing che la loro vita di giovani viene plasmata prima di mettere il piede fuori da quel recinto che separa la loro comune appartenenza a un sistema di valori condiviso e di avventurarsi nel mondo vasto al di là dello steccato. E noi lettori assistiamo alle loro peregrinazioni, siamo testimoni della loro evoluzione nel corso del tempo, del loro andare e tornare in seno a quella comunità dove forte è il senso di appartenenza. Non tutti rimarranno. Ma tutti, quelli che scelgono di restare  e anche quelli che si allontaneranno, devono regolare i rapporti con Little Wing, fare pace sciogliendo una volta per tutte i nodi irrisolti. Come si fa con una madre che ci ha cresciuti con amore e con la quale da adolescenti sono sorte delle naturali ribellioni ma che sentiamo essere il nucleo più profondo di noi stessi dal quale dobbiamo partire per quel lungo, faticoso processo sempre in divenire che è la costruzione del sé. Lee ci è riuscito con le note delle sue canzoni, Butler con le parole del suo romanzo.

A chi consigliamo questo libro? A chi ama le storie di amicizia. A chi ama i romanzi corali. A chi ama gli esordi letterari per potersi fare un’idea propria del valore di quello che legge, senza essere influenzato dai giudizi degli altri. A chi desidera immaginare volti, luoghi, atmosfere, suoni con la propria fantasia prima di vederli proiettati sul grande schermo (la Fox Searchlight ha acquistato i diritti cinematografici e presto ne trarrà un film!).

 

L’età lirica: il romanzo di formazione di Letizia Pezzali

L’età lirica: il romanzo di formazione di Letizia Pezzali

phxpostDopo Tito Faraci , prosegue il nostro ciclo di incontri in collaborazione con gli studenti  di #unblogdiclasse coordinati dalla loro insegnante, Elisa Lucchesi. Protagonista di questa serata è Letizia Pezzali,  autrice de L’età lirica, edito da Baldini&Castoldi, finalista al Premio Calvino.

Letizia Pezzali: una laurea in economia e l’amore forte, da sempre, per la lettura e la scrittura, passione irrinunciabile che l’ha condotta alla pubblicazione de L’età lirica. Non è il suo primo romanzo in senso assoluto, ma è il primo che l’autrice considera maturo per essere dato alle stampe. Letizia ci fa partecipi della sua idea, che è anche la visione di Kundera: a differenza di quanto avviene per la poesia, che può sgorgare spontanea anche in età precoce, la scrittura di un romanzo è il frutto di un percorso di vita. Ne L’età Lirica prende forma scritta una necessità che l’autrice ha sentito come pressante, quella di lasciare una “persistenza”, così la definisce, ovvero una traccia di un periodo della vita confuso e sfuggente quale è l’adolescenza. Il processo formativo di un giovane viene raccontato con la giusta distanza (direbbe Mazzacurati) data dall’esperienza;  in sostanza, il bildungsroman non può essere scritto da un ragazzo ma da un adulto.

Elisa Lucchesi ha introdotto il romanzo riferendo come la sua lettura sia diventata parte viva del progetto Uguadi – “Uguali e Diversi”promosso dalla Regione Toscana, che si propone di favorire, nel contesto scolastico, l’educazione alla diversità. Prendendo spunto da una delle tematiche affrontate in questo libro, un testo particolarmente indicato a essere letto dagli adolescenti, gli studenti, guidati dall’insegnante, hanno potuto discutere sul tema dell’omofobia. I ragazzi, in tal modo, si sono confrontati con serenità e sincerità su un tema delicato affrontato anche in altri romanzi di formazione e che in un noto liceo romano ha sollevato, purtroppo, disagi e polemiche. Quanto accaduto ha stupito, per veemenza e povertà di argomentazioni,  l’insegnante qui presente, i suoi studenti e anche, come ci confessa lei stessa,  Letizia Pezzali, che ribadisce la necessità di sensibilizzare i giovani rispetto a questo tema.

A conclusione del percorso di analisi del testo, i ragazzi avranno l’opportunità,  ora qui in Second Life,  di poter dialogare direttamente con l’autrice del romanzo.  In rappresentanza della classe sono presenti Giovanni – autore della recensione considerata come la migliore da parte di Letizia Pezzali  e pubblicata da Critica Letteraria – e Benedetta, che ci legge un distillato in 500 caratteri inserito nel progetto Stillae ideato da Rovistamente.

Le curiosità si concentrano principalmente sulla genesi del romanzo e sulle caratteristiche dei personaggi, in particolare di Mario. Grazie alle domande dei ragazzi e di Maryhola McMillan, scopriamo quali sono i tratti che Letizia condivide con il personaggio:  li accomuna la capacità di immaginazione, di creazione di un mondo narrativo a partire da pochi dettagli osservati nella vita reale;  anche “il condominio della mente”,  come vengono definite le molteplici voci che abitano la coscienza di Mario, trova riscontro in un progetto teatrale maturato in Letizia quattordicenne. Ed ancora: le frasi slegate e impetuose di Mario, per l’incedere del pensiero poetico ed estetico anche se non per contenuti, ricordano quelle di Letizia adolescente. Autrice e personaggio legati dal bisogno ossessivo di scrivere.

A partire da una radice reale, la trama poi si sviluppa in maniera indipendente e affronta il delicato tema dell’omosessualità, che Letizia ci restituisce nella narrazione sulla scorta delle conoscenze da adulta di una realtà non sperimentata direttamente.

Per Letizia, che ama immedesimarsi anche in realtà a lei lontane, adottare il punto di vista di un uomo è occasione per indagare nelle diverse sensibilità, maschile e femminile, ed illustrare la sua convinzione che le somiglianze possono essere più rivelatrici delle differenze.

Le perplessità di Benedetta sull’apparente apatia, che sembra possedere i ragazzi del romanzo, danno l’opportunità  all’autrice di esemplificare la sua intenzione di descrivere l’età dell’adolescenza come un periodo caratterizzato da confusione ed intensità emotiva estreme  per cui, quello che percepiamo come atteggiamento distaccato  dei giovani, altro non è che il tentativo di non apparire travolti dalle emozioni. Velati da questa forma di sopravvivenza, quindi, si possono riconoscere i reali caratteri distintivi di ogni adolescente descritto:  l’intelligenza viva e le ambizioni di Beatriz, o l’alone di mistero che avvolge Dionisia e che fa capire ai suoi coetanei che c’è dell’altro sotto le sembianze della studiosa integerrima, solo per citare due esempi.

Anche il personaggio di Adrian è stato oggetto di indagine, in particolare la ragione del suo accostamento alla cenere. Letizia spiega che la cenere è un simbolo di semplice interpretazione, volutamente in contrasto con la complessità ricercata di Mario, ma con molteplici valenze: oltre a essere presagio di morte, rappresenta anche ciò che rimane dopo il fuoco e, altresì, la capacità di rinascita come per l’Araba fenice, non necessariamente in senso positivo ma come metafora del superamento dell’età lirica adolescenziale verso il passaggio all’età adulta.

Il finale sospeso in merito all’orientamento sessuale di  Mario rientra nella volontà di lasciare che le scelte future del personaggio possano seguire la fluidità tipica dell’andamento della vita reale. Ogni persona attraversa diverse fasi di elaborazione di sé. Il finale aperto è metafora, quindi,  dell’idea di Letizia che l’amore sia un processo di evoluzione, non solo come distinzione etero/omosessualità, ma come percorso di conoscenza individuale dettato dalle esperienze future.

Giovanni osserva che il lessico caotico e cavilloso della prima parte del romanzo si contrappone alla prosa più lineare della seconda. Letizia ci spiega che ciò è frutto di un attento lavoro sul linguaggio per fare in modo che, alla perdita della poeticità bella ma forzata dell’adolescente, subentri  una prosa più pacata, mimesi del superamento delle paure e incertezze giovanili da parte dell’adulto.

Proprio sul mondo degli adulti vertono le domande di Gea, in particolare su come vengono descritti i professori , sulla povertà dei rapporti che si instaurano tra insegnanti e studenti.  Letizia specifica, confermando l’impressione di Gea, che non c’è alcun intento di realismo, di denuncia o di giudizio negativo nei confronti del mondo della scuola, che per lei stessa ha rappresentato un’esperienza positiva. La mancanza nel romanzo di figure scolastiche di riferimento è dovuta essenzialmente al fatto che la focalizzazione è sul personaggio dell’adolescente del quale il romanzo segue il processo elaborativo mentale. Manca, in sostanza, la figura dell’adulto, sia esso professore o genitore; dei genitori, infatti, poco si conosce, se non che vengono percepiti dall’adolescente come figure lontane intente a intessere altre trame.

Lumières osserva che nel romanzo conosciamo i ragazzi principalmente per i libri che leggono e chiede se siano solo in apparenza sordi a ogni stimolo estraneo alle proprie contingenze o se l’esperienza della lettura lasci in loro dei segni.  Letizia pensa che l’adolescente, che della vita conosce ancora poco, sia un soggetto estremamente ricettivo e che i libri insegnino cosa significhi essere una persona.  Lo sforzo della lettura dovrebbe essere coltivato e pensa sia compito di tutti, anche della scuola e degli insegnanti , far passare il messaggio che la lettura è la chiave per aprire il mondo e comprenderlo.

L’eta lirica, del resto, potrebbe essere di stimolo per approfondire nel lettore la conoscenza dei molti autori e testi citati. A tal proposito Lumières chiede se tra gli autori di riferimento per Letizia ci sia Proust, anche se non espressamente citato, visto che si possono rintracciare alcune tematiche, come le epifanie, ed emergono  riferimenti  alle correnti pittoriche che colorano le pagine proustiane. Letizia conferma che Proust rientra tra i pilastri che hanno contribuito a costruire il nostro linguaggio e che, effettivamente,  nutre un particolare interesse per le  arti visuali, in particolare ci rivela il suo amore per i dipinti presenti all’interno della Recherche.

La Letizia Pezzali che questa sera abbiamo conosciuto come autrice e come persona, ha portato alla luce un’anima gentile e sicura nelle proprie argomentazioni, con un unico momento di indecisione alla domanda di Maryhola su chi, in un’eventuale trasposizione cinematografica del romanzo, amerebbe nei ruoli di attori e regista.  Ma la sua delicatezza e sicurezza tornano subito: alla domanda finale di Giovanni se L’età Lirica possa essere consigliato come testo per accompagnare e non far sentire solo un giovane alla ricerca della propria identità, anche sessuale, Letizia risponde che ne sarebbe onorata e afferma che il ruolo dei romanzi, ciò che lei stessa cerca nelle sue letture e che spera di offrire, è un aiuto di vita.

Grazie, di cuore, Letizia.

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Chi desidera prendere visione della serata, trova la registrazione qui.

Intervista a Tito Faraci: Death Metal, il romanzo della dicotomia tra predestinazione e scelta libera

Intervista a Tito Faraci: Death Metal, il romanzo della dicotomia tra predestinazione e scelta libera
Intervista a Tito Faraci
Intervista a Tito Faraci

Tito Faraci, ospite di Libriamo Tutti in Second Life, si è prestato generosamente a un  fuoco di fila di domande date le inevitabili e molteplici curiosità che una personalità poliedrica come la sua suscita.
Sì, perché Faraci, che nasce come giornalista musicale, acquista ben presto notorietà come sceneggiatore di fumetti, attività che svolge da circa venti anni.

Grazie a una domanda di Maryhola McMillan apprendiamo che, questa notevole esperienza maturata sul campo, Faraci la mette a disposizione degli studenti della Scuola Holden da oltre otto anni, e che la sua attività di insegnante si è nel corso del tempo affinata, per rispondere alle esigenze di classi sempre più interessate ad imparare tecniche e regole che appartengono a questo tipo particolare di narrazione all’interno di corsi che si articolano in periodi intensivi di tre o quattro giorni. Una collaborazione, quella con la citata Scuola, che sembra impegnare ed entusiasmare Faraci, tanto da lasciarsi sfuggire che una novità bolle in pentola, ma poi, ahimè, riprende il controllo e ci lascia con un “top secret” che sortisce l’effetto di eccitare la curiosità degli astanti.

Gea e Lumières,  indagano su passato, presente e futuro della presenza di Faraci in twitter. La risposta a una curiosità di Lumières relativa alla collaborazione del nostro ospite alla recente iniziativa di Mondadori presentata in occasione dell’ultima Social Media WeekScrivo.me (rivolta a chi aspira a una autopubblicazione che sia consapevole e matura e che vede la partenza in twitter di un nuovo contest dal titolo #TwiScrivo) è occasione per mettere l’accento sull’uso corretto della lingua. Ironizzando sulla nota restrizione dei 140 caratteri che, per chi è abituato ad averne molti in meno nelle nuvolette dei fumetti, rappresentano uno spazio consistente a disposizione, Faraci ci illustra, in veste di utilizzatore attento di twitter, quale utile palestra rappresenti questo social per chi aspira ad avvicinarsi alla scrittura, poiché lo spazio limitato per esprimersi in maniera corretta, concisa e incisiva obbliga a un lavoro di pulizia della lingua costringendo chi scrive a riflettere su ogni parola usata.

Una domanda proveniente dal pubblico in streaming ci regala l’opportunità di capire il modo di affrontare registri narrativi diversi, nello specifico la sceneggiatura di fumetti e la narrativa, nella fattispecie il romanzo, e come in quest’ultimo ci sia un rapporto di vicinanza emotiva dell’autore con la storia che sta raccontando, un rapporto più intimo con la scrittura.

Ed è proprio un romanzo l’ultima “fatica” letteraria di Faraci: si tratta di Death Metal, libro che ha già riscosso un consistente successo, destinato a un pubblico definito per convenzione young adult, ma apprezzato anche dai meno giovani (parola nostra, gruppo Libriamo Tutti, che l’abbiamo letto) e che esce a due anni di distanza dall’altro suo romanzo, Oltre la soglia.

Sono i giovani di #unblogdiclasse®, guidati dall’insegnante Elisa Lucchesi, i protagonisti di un’intensa intervista che permette d’approfondire la conoscenza di Death Metal. La lettura di alcune brevi recensioni scritte dagli studenti delinea la trama e testimonia quanto sia loro piaciuto il romanzo. Benedetta si fa portavoce del lavoro collettivo svolto. Esordisce con una prima domanda di natura filosofica, che consente di far emergere uno dei temi del romanzo: la dicotomia tra predestinazione e scelta autonoma di come realizzare la propria vita; questione che appassiona, come è giusto che sia, i ragazzi e che conferma l’occhio attento dell’autore nei confronti del pubblico al quale il romanzo è destinato, affrontando tematiche che questa fascia di età sente con forza e che vengono narrate attraverso le vicende di giovani in bilico tra fine dell’adolescenza e inizio dell’età adulta.

L’attenzione, poi, si sposta  sui modelli a cui Faraci si è ispirato per Death Metal. Oltre a un determinato tipo di fumetti e a Stephen King, che a sua volta narra i temi della paura, delle diverse età della vita e degli orrori della provincia, la base su cui Death Metal si innesta è quella di ispirazione cinematografica, in particolare il sottogenere horror detto slasher che si caratterizza per il racconto visivo di omicidi sempre più bizzarri in un crescendo di violenza. La sfida affrontata da Faraci è quella di riportare questo tipo di storia, efficace nel registro filmico, anche in narrativa e con l’appoggio di una suggestione musicale potente. Sfida vinta, come rivelano le considerazioni dei giovani di #unblogdiclasse® che hanno letto il libro, per loro stessa ammissione, “tutto d’un fiato”; notizia appresa con grande soddisfazione dall’autore che ha confessato di aspirare a una ricezione rispondente all’intenzione di creare un romanzo duro, veloce, da consumare subito e per intero come un pezzo musicale metal. A far da ossatura a questa spirale di omicidi efferati, il racconto in parallelo della vita passata di uno dei protagonisti, a illustrare come sia la violenza che egli ha in sé, frutto di una storia pregressa molto dura, la risorsa per combattere il male che gli si presenterà nel corso del romanzo.

Alla domanda su cosa rappresenti la figura del serpente, che compare fin dalla copertina, Faraci risponde che è stata sua intenzione raccontare un culto pagano antico rappresentativo di pratiche legate a un vasto territorio e che la scelta del serpente è merito di Barbara Collevecchio, amica di twitter e psicologa, che ai culti legati ai serpenti ha dedicato un libro, Il male che cura.
A questo tipo di culto si contrappone il death metal in quanto genere musicale, che lega in un senso di fratellanza i protagonisti del romanzo e che li differenzia dal resto della società, tipicizzandoli ma al contempo liberandoli dalla scontata equiparazione musica metal uguale violenza; questo ad indicare il divario tra la rappresentazione e la cosa in sé, tra la raffigurazione della violenza nei brani metal dei giovani protagonisti e il loro comportamento che violento non è, semmai ad esserlo sono gli altri, le apparentemente pacifiche persone perbene, sconvolgendo in tal modo ogni tipo di stereotipo.

Scelte coraggiose quelle operate da Faraci e dalla sua casa editrice Piemme: titolo, copertina, catalogazione in una fascia precisa di lettori destinatari, temi duri trattati avrebbero potuto scoraggiare la lettura da parte di una fetta di pubblico. Rischio potenziale smentito dalle recensioni positive della stampa e dall’accoglienza da parte dei semplici lettori.

Benedetta, ricordando che i ragazzi di #unblogdiclasse® sono stati tra i primi a sperimentare la didattica sui social con #Basia1000, chiede un’opinione al riguardo e come i social influiscano sulla diffusione di un’opera. Faraci ritiene che l’uso di twitter nella didattica non dovrebbe essere demonizzato e ci racconta che per esperienza funziona, avendo una figlia della stessa età dei ragazzi coinvolti,  e si complimenta con chi sa utilizzarlo con capacità. La sua stessa presenza in twitter e il modo discreto ma efficace di utilizzo hanno contribuito a un naturale passaparola e diffusione del suo romanzo.

Gea Demina, in un raro momento libero dall’impegno di essere la voce del gruppo Libriamo Tutti in twitter, osserva come la chiusura dei capitoli del romanzo sia spesso costituita da una frase breve, sintetica, talvolta addirittura nominale, che, come ammette lo stesso Faraci, riesce nello scopo di tenere alta la tensione e di creare attesa nel lettore. Gea si spinge in una comparazione tra questo stile e quello utilizzato in una passata esperienza di Faraci in twitter sotto il segno di #tWeBook che ha visto susseguirsi, come in una partita di tennis, sottolinea Maryhola, lo stesso Faraci e ClaudiaMaria Bertola in un gioco di botta e risposta a colpi di tweet. Da questa esplorazione di territori sconosciuti della narrazione, ma sempre seguendo criteri di plausibilità, verosimiglianza e coerenza, si è approdati alla nascita di un romanzo a quattro mani.

L’intervista sta per concludersi e Imparafacile, appassionato lettore di fumetti, non resiste alla tentazione di saperne di più sulle dinamiche che si instaurano tra sceneggiatore ed illustratore; così impariamo che, contrariamente a quanto si pensa, queste due figure raramente si incontrano e che le eventuali incomprensioni vengono mediate dalla redazione. E’ occasione, comunque, per Faraci per ricordare tre figure per lui importanti: Giorgio Cavazzano, suo scopritore e mentore, Silvia Ziche e Giuseppe Palumbo con lui per le avventure di Diabolik.

La domanda finale spetta ai ragazzi di #unblogdiclasse® che hanno seguito e commentato con riflessioni interessanti la serata da streaming e che da una lettura nata sui banchi di scuola hanno avuto l’opportunità del confronto diretto con l’autore: quale scrittore amerebbe intervistare Tito Faraci? Risposta: la possibilità di dialogare con i colleghi non è così rara ma, su tutti, il primo è Stephen King!

(Commento personale a margine e del tutto marginale: peccato non sia un quiz a premi, perché colei che sta scrivendo avrebbe indovinato e vinto!)

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Per chi non avesse visto in diretta la serata, può seguirne la registrazione qui.

(foto: Morghana Savira)

#LIBeRiamotuttE: cerchiamo libri per raccontare la libertà delle donne.

#LIBeRiamotuttE: cerchiamo libri per raccontare la libertà delle donne.

2LeiDal 18 al 25 novembre si svolgerà in Second Life la quarta edizione di 2Lei, la serie di eventi nata in occasione della “Giornata internazionale contro la violenza sulla donna”, e che vuole offrire spunti di riflessione sulla condizione femminile. Il filo conduttore di quest’anno è il tema della LIBERTÀ

Noi di Libriamo Tutti partecipiamo ancora con piacere e nella modalità che ci caratterizza:  la proposta di libri da leggere. E vorremmo il vostro aiuto nel raccogliere titoli di romanzi che parlino di donne e libertà.

Fra i molti modi di descrivere la realtà, abbiamo scelto la narrativa, perché ci sembra il genere letterario più adatto a esprimere i valori e le aspirazioni della persona avvalendosi di un mezzo che mette in risalto l’aspetto intimo, dei sentimenti, dell’interiorità.  Il romanzo è una sorta di specchio attraverso cui la società ripensa se stessa. È la sede nella quale, mediante il plot, una società si racconta, si mette in scena, documentando, in tal modo, aspetti che, in linea di massima, non vediamo citati dai libri di storia in quanto parte della vita quotidiana, ma che ci restituiscono l’immagine di una visione del mondo in un determinato momento storico, grazie alla narrazione di piccoli gesti, abitudini, relazioni. Le donne sono state le prime lettrici di romanzi e, sin dall’inizio del genere, ne sono state protagoniste; leggere romanzi, quindi, significa anche prendere coscienza di come il ruolo della donna e la sua posizione sociale si siano evoluti nel corso del tempo.

Il 20 novembre ci ritroveremo nell’Isola Imparafacile per  raccogliere le nostre considerazioni  e i nostri pensieri. Lo faremo leggendo alcuni brani tratti da libri che pensiamo possano far meditare, o quantomeno aprire spiragli di riflessione, sulla condizione della figura femminile alla luce del tema proposto da 2Lei.

Sarà il punto finale di un percorso che vorremmo iniziasse fin d’ora; per questo vi chiediamo quali libri o quali passaggi, secondo voi, possono essere utili alla discussione. 

Elencheremo tutti i vostri suggerimenti nella cornice di un Bookmania speciale: “Libriamo Tutti per 2Lei: libertà. Libertà?” a sottolineare che spesso la libertà è solo presunta, o perlomeno difficile da conquistare, soprattutto quando si parla di donne.

Aspettiamo i vostri contributi nei commenti in calce al post oppure, a vostra scelta, nel gruppo di facebook e in twitter, utilizzando l’hashtag #LIBeRiamotuttE. Non vediamo l’ora di conoscere, all’insegna dello spirito di condivisione che ci anima, i vostri titoli, accompagnati da qualche parola che ci illustri la motivazione delle scelte operate. Tutti i vostri suggerimenti troveranno, nel nostro account Pinterest, una colorata board  pronta ad attenderli.

Creiamo assieme una lavagna ricca di consigli letterari!

SnapShooters: progetto in crowdfunding

SnapShooters: progetto in crowdfunding

SnapSUna serata speciale quella che abbiamo vissuto ieri nell’isola Imparafacile: assieme a Marco Cadioli abbiamo parlato di libri, sì, ma di un libro dal tema e dalle modalità di pubblicazione particolari.

Marco Cadioli, docente all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia e all’Accademia di Comunicazione di Milano, è venuto a parlarci del progetto Snap Shooters  che sta portando avanti assieme a Vito Campanelli, ultimo lavoro di una collaborazione nata da tempo (per ulteriori informazioni su Marco Cadioli e Vito Campanelli si rimanda alle brevi schede in calce al post). Si tratta di una pubblicazione, da effettuarsi col metodo del crowdfunding, che ha come oggetto principale d’indagine l’evoluzione del gesto fotografico a partire dalla rivoluzione determinata, in termini non solo tecnici ma anche e soprattutto concettuali, dall’avvento della fotografia digitale.

Che cosa è il crowdfunding e perché questa scelta? Cadioli e Campanelli hanno deciso di sperimentare questa forma collaborativa di raccolta di risorse mediante la quale chi mette a disposizione una somma di denaro diventa, poi, proprietario di una quota del prodotto che ha contribuito a realizzare. In questo caso la quota corrisponde al prodotto stesso: un bene di tipo intellettuale, un libro appunto, del valore di 18,50 euro. La raccolta dei fondi non corrisponde ad un esborso automatico per chi desidera prendere parte all’iniziativa; solo a raccolta finita, quando le risorse saranno sufficienti alla produzione del libro, chi ha aderito salderà economicamente la prenotazione, senza alcun costo di intermediazione, grazie al lavoro di Produzionidalbasso, e potrà godere di un libro di nicchia che sarà prodotto in poche copie e pregiato.

Come è nato questo progetto? Da una prima raccolta di foto scattate a persone colte nel momento di fotografare a loro volta, e che ha portato gli autori a interrogarsi sul significato di foto, su cosa ci sia alla base dell’atto, su quali siano le implicazioni, le modalità e i simboli sottesi, partendo dall’analisi delle teorie di Vilém Flusser (per un compendio del pensiero di Flusser si veda qui http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2007-05/flusser.htm). Il filosofo arresta la propria analisi al mondo della fotografia tradizionale, mentre Cadioli e Campanelli proseguono nella riflessione cercando di dare una risposta su cosa sia cambiato con l’avvento della fotografia digitale, la quale ha portato l’accesso e la diffusione estesa a tutti di una pratica prima più limitata e privata, rivoluzionando il modo di approcciarsi a quella che è, a tutti gli effetti, un’arte. Fotografare non è un atto neutro: il gesto fotografico è un gesto filosofico, una rappresentazione della realtà all’interno di un sistema di regole, di possibilità e di combinazioni di possibilità, date dall’apparecchio che viene utilizzato.

Quello che prima, sulla scorta della suggestione del citato filosofo, era percepito, nella fotografia tradizionale, come un atto venatorio viene a perdersi completamente: al posto di accostare l’occhio al mirino come nella caccia (da notare che nel termine inglese to shoot troviamo riuniti i significati di sparare, come nella caccia, e di fotografare), con la fotografia digitale, si registra un totale cambiamento di postura in colui che fotografa, il quale guarda contemporaneamente ciò che sta fotografando sia nello schermo che nella realtà, permettendone la visione, altresì, a chi è a lui vicino, col quale può confrontarsi e consigliarsi. Ecco che la foto, da atto privato, diventa atto pubblico e collaborativo. Con la scomparsa del mirino, chi fotografa può alzare il braccio, prolungare la propria visuale, può vedere dall’alto in un atto di dominio della realtà fotografata. Grazie alla possibilità di rivedere subito la foto, il gesto diventa un binomio, non è più solo scatto, ma diviene “scatto e riguardo”.

L’opportunità, poi, di manipolazione della foto permette, grazie a tutta una serie di tools dal semplice utilizzo e alla portata di tutti, la creazione ex post dell’immagine che la persona vuole dare di sé. Nascono nuove mode e atteggiamenti (basti pensare alle duck faces che si possono vedere in quasi tutti i profili facebook di giovani, ma non solo). Il processo “foto-manipolazione-condivisione” è diventato molto semplice e automatico, praticabile da chiunque in modo intuitivo e senza la necessità di grande preparazione; ciò che serve, piuttosto, sono le istruzioni su come gestire convenientemente le foto e il loro uso sui social. La condivisione, a foto terminata, grazie ai recenti media quali facebook, flickr, instagram, etc… è cambiata, assume portata capillare e modifica il nostro modo di fotografare, oltre che come qualità, anche come quantità. Oramai, grazie alla semplicità del gesto agevolato dal medium, scattiamo montagne di foto anche senza un oggetto di particolare interesse (enormi quantità di foto di piedi e di cibo pronto a essere consumato) per i raccoglitori on line, foto di paesaggi che finiscono per essere un po’ tutte uguali, cambia solo di qualche grado l’inquadratura.

E’ il momento di porsi alcune domande: dipendiamo dal mezzo, come dice Flusser, siamo solo shooters che premono il grilletto o possiamo aggiungere qualcosa di nostro, la nostra personale visione della realtà? E quale è la realtà se ciò che la foto rappresenta viene manipolato?
Cosa si può definire foto oggi? L’occhio di google è foto?
Sono quesiti che meritano una riflessione, onde evitare di considerare foto perfino lo screenshot.
La foto è cristallizzazione dell’istante, di un momento irripetibile.
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Gli autori del progetto:

MARCO CADIOLI, laurea in Fisica con specializzazione in cibernetica, gode di approfondita conoscenza delle evoluzioni dei nuovi media e dei mondi virtuali: net reporter sin dal 2003 (di quest’anno la pubblicazione “Internet Landscape” che illustra il  concetto di Net photography) e tra i primi residenti di Second Life, aka Marco Manray. In quest’ambito opera come artista/fotografo e documenta l’evoluzione del metaverso attraverso le proprie storie e immagini. Del 2005 ARENAE, reportage di guerra dai mondi virtuali in stile Robert Capa. Nel 2007 con Shake Edizioni pubblica “Io, reporter in Second Life”. Le sue foto, con l’avatar Marco Manray,  sono state pubblicate da varie riviste internazionali (Repubblica, El Pais, Libération). Ha ricevuto una menzione speciale, Premio Combat Prize 2013, per l’opera “Così lontano, così vicino”. Ha esposto a Parigi nel 2008 in occasione di Reality Festival e in altre occasioni di spicco quali:

VITO CAMPANELLI: teorico dei nuovi media, pubblicista. Si occupa di promuovere e curare eventi nel campo della cultura e dell’arte legate ai media digitali con l’obiettivo di mettere in luce l’avanzamento e lo sviluppo, nella società odierna, delle arti della rete. Socio fondatore di MAO – Media & Arts Office ONLUS  e di GAP – Governi Aperti e Partecipati. Collabora con varie riviste ed è autore di numerose pubblicazioni.