Is the writer much more than a sophisticated parrot?

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E’ da cogliere l’occasione della pubblicazione da parte di Einaudi de “Il pappagallo di Flaubert” di Julian Barnes, in una nuova traduzione ad opera di Susanna Basso, per riscoprire quest’opera a trenta anni di distanza dalla sua prima uscita in Italia.

Un medico, Geoffrey Braithwaite, studioso e innamorato di Flaubert, tenta di ricomporre i numerosi frammenti sparsi della vita dello scrittore francese, per giungere ad una biografia che continuamente gli sfugge, mentre si va lentamente componendo la sua, come una sorta di autocoscienza.

Barnes anticonformista e sofisticato si serve con maestria, senza mai perderne il controllo, di vari generi letterari: dalla biografia al dizionario e alla lista, dal saggio critico al bestiario, dalla caricatura alla descrizione tecnica e ancora una volta ci stupisce per l’irriverenza, l’ironia, l’eccentricità.

Ma quello che ci coinvolge da lettori in questo libro é  la riflessione profonda sulla scrittura che non potrà mai rendere la verità originaria e assoluta: i libri non sono la vita, anche se noi preferiremmo che lo fossero. O forse lo preferirebbero i critici, “lettori totali”, mentre “è un privilegio del lettore avere il dono di dimenticare” e di non accorgersi che Flaubert attribuisce a Emma Bovary “in un’occasione occhi castani, in un’altra occhi neri e profondi, in una terza occhi azzurri” semplicemente perché di fronte alla creazione artistica non ha importanza.

Geoffrey Braithwaite non saprà mai i colori del pappagallo a cui Flaubert si ispirava mentre componeva “Un coeur simple“, perché Flaubert era un artista e allora “perché non distribuire diversamente i colori del pappagallo se l’armonia della frase ne risultava più felice?” E così la verità rimane irraggiungibile, nel pieno rispetto di quanto diceva il grande maestro: l’artista deve fare in modo che i posteri si convincano di una cosa: che non è mai esistito, perché la morte di un artista distrugge la sua personalità, ma libera la sua creazione. L’arte ricrea, non imita la realtà e solo così si avvicina ad essa, sembra volerci dire Barnes.

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