Gli eroi imperfetti: vite difficili da raccontare

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“Scrivo da quando ho scoperto, giovanissimo, di avere questa attitudine e perché è la cosa che mi riesce meglio”
Che Stefano Sgambati avesse il dono della scrittura lo avevamo capito dalla serata di circa un anno fa, quando ci aveva dimostrato, con il suo libro “Fenomenologia di You Porn”, edito da Miraggi, come si può sorridere e giocare su un fenomeno di costume e, senza quasi accorgersene, andare in profondo nei mutamenti portati dalla rete all’immaginario collettivo.
E’ stato quindi per noi un gradito regalo che sia ritornato a rispondere alle nostre domande sul suo primo romanzo “Gli Eroi Imperfetti” pubblicato da minimum fax.
È lui stesso a riassumere la trama del libro, se di trama si può parlare, perché è Sgambati a precisare che si tratta di un romanzo senza un colpo di scena. Una storia che prende avvio da un cliché letterario: una cena tra persone della media borghesia romana, durante la quale, per riempire imbarazzanti silenzi tra adulti che poco hanno da dirsi, qualcuno propone il gioco della verità. Uno dei protagonisti rivela a questo punto un fatto inquietante e aberrante, che mai nel corso del libro viene esplicitato dal narratore, ma che dà avvio a una storia di relazioni tra i personaggi, una storia di parole dette e taciute.
Gli eroi imperfetti, i cinque personaggi, fanno da innesco ciascuno al nascere del disagio e al senso di mancanza dell’altro in un gioco di equivoci, incomprensioni e accuse reciproche. Storia di conseguenze più che di fatti, come nel film Carnage di Polanski, con il rischio di creare un intreccio in cui non succede niente, ma è un rischio che si può arginare se, come Sgambati, si sa raccontare o per dirlo con le sue parole: “Le più difficili da raccontare sono le vite in cui non accade niente, ma accade benissimo”.
Eccoli dunque i personaggi del libro, ciascuno di loro ha subito una perdita, la figura genitoriale, l’amore o l’innocenza, perché Sgambati dice di essere appassionato di mancanza più che di sovrabbondanza. Ama affondare lo sguardo su persone che hanno tutto materialmente e sono quelle meno preparate alla perdita, come succede nei romanzi di Herman Kock, La cena e Villetta con Piscina o in Un Cuore Così Bianco di Javier Marias, dove a solidi professionisti benestanti all’improvviso si rompe qualcosa dentro.
Una storia in cui “non succede niente” a livello di eventi, eppure molto complessa e avvincente per la non linearità del tempo della narrazione, per il continuo alternarsi delle voci dei protagonisti, per l’uso di tecniche di scrittura non convenzionali. Sgambati la definisce la sua ossessione di raccontare nel modo meno classico possibile, la ricerca di una narrazione di tipo pop, veloce, sul modello di Tarantino. La sua ambizione è scrivere un intreccio molto strutturato, “ipersfaccettato” che sia scomodo per il lettore e che gli richieda concentrazione, insomma un racconto che non si possa leggere in un luogo affollato.
Lo sfondo della vicenda è Roma, le strade intorno a Ponte Milvio, ma solo perché Sgambati voleva un posto ristretto di cui avesse piena conoscenza: “Mi piace dettare dei confini da autore e ritrovarli da lettore”. Definire un ambiente geografico e umano reale in cui inserire una storia, un po’ come Franzen in Le Correzioni, lo diverte e gli piace. Ed è questo gusto del contrasto tra fantasia e iperrealismo che lo spinge a documentarsi sui referti autoptici o sugli articoli di cronaca per inserirli nella finzione.
Seguendo il filo dell’intreccio, con le nostre domande ci soffermiamo sul penultimo capitolo, che per Sgambati rappresenta il vero finale del libro. Ho sempre pensato, dice, di dare un finale corale, di fare in modo che i personaggi fossero raccontati sempre meno singolarmente, fino a raccoglierli tutti in un luogo a trovare una conclusione davanti a un evento naturale. E qui Sgambati cita dei riferimenti cinematografici: Magnolia di Thomas Anderson con la pioggia di rane, Crash di Paul Higgins con la nevicata inattesa, America Oggi di Robert Altman e il terremoto.
In Gli Eroi Imperfetti l’evento naturale è la piena del Tevere davanti alla quale il richiamo di Irene verso il padre rappresenta una pacificazione, una direzione più dolce ai rapporti che permette ai personaggi, anche a quelli che hanno sbagliato, di uscire dalla storia migliori rispetto alla negatività della situazione di partenza. Sgambati non ritiene infatti che sia compito dell’autore dare giudizi morali, né che la letteratura abbia la funzione pedagogica di denunziare che il male è male.
C’è infine un ultimo capitolo, da leggere quasi come un racconto a sé stante, bellissimo congedo dell’autore con il lettore.
Che Stefano Sgambati sia un appassionato di cinema non c’è dubbio e allora perché non giocare al gioco degli attori con “se Gli Eroi Imperfetti diventasse un film” dove la fantasia del lettore può spaziare, poiché Sgambati non inserisce nel libro descrizioni fisiche dei personaggi. E allora via con Leonard Cohen, Natalie Dormer, Uma Thurman, Brad Pitt nei panni degli eroi imperfetti.
Non poteva mancare una domanda sull’esperienza con la nuova casa editrice minimum fax, della quale Stefano apprezza la cura per gli autori e lo spirito di squadra, con un pensiero particolare per l’editor della narrativa italiana, Nicola La Gioia, che lo ha molto aiutato nella crescita letteraria.
Infine il nostro ospite ci saluta, sapendo di farci cosa gradita, con un libro, da aggiungere agli altri citati nella serata. Si tratta della sua ultima lettura: Per Favore Non Dite Niente di Marco Ciriello, una storia di dolore e perdita raccontata con finezza senza cadere nel sentimentalismo.

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